l'angolo del filosofo

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#1 11-11-2007 18:50

eneamagno
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Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Vi pongo una domanda che si è sentito chiedere pure Branciaroli:
"Se ci sono solo stelle...Dio?Dov'è Dio?"
Galileo rispose:
"O è in noi,o da nessuna parte"

So che fra di voi ci sono molti credenti. Io, da non credente vorrei sapere dove stà il vostro Dio.(o come preferite chiamarlo)

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#2 11-11-2007 21:20

r1ta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Ciao Enea!
Piacere di vederti anche da queste parti! Io sono Rita, ci siamo già più o meno conosciuti ad una riunione del Ma, Però...
Dunque, anzitutto ti consiglio di dare un'occhiata a questa discussione:
» Le verità » DOBBIAMO PROTEGGERCI DALLA VERITA' E PENSARE AD ESSER FELICI?
dove un po' abbiamo già sviluppato degli spunti tratti dalla Vita di Galileo di Brecht.

Dunque, la tua domanda è, come dire, mastodontica, come un panino troppo imbottito che supera in dimensioni l'apertura massima della bocca -bisognerebbe essere anaconde- e dove lo giri lo giri, risulta sempre "troppo", e poi ti sbrodoli pure.

Vediamo... anzitutto non mi sembra fondamentale dichiarare se si è credenti o meno, o in quale religione, o in cosa; figuriamoci che c'è tanta gente che mondanizza la concezione di divinità, e invoca i calciatori, cantanti o chicchessia.
Il fatto, più che altro, mi sembra la possibilità o meno di DIMOSTRARE che esista una verità altra oltre a quella scientifica e dell'esperienza (come dicevamo nell'altra discussione).
Che poi, anche qui... la fede non dovrebbe richiedere prove. Se uno crede, crede e basta, che se ne riesca o meno a dimostrare la validità.

Poi, continuando a sbocconcellare il famoso paninozzo... mi pare che tu, nella domanda, ti riferisca ad un voi = cristiani, ed ad un dio appunto cristiano; perchè beh, in fondo, Sommo a parte, so per certo che tra noi non c'è nessun mussulmano nè ebreo (a parte Teo nel mondo tulipano di mia nonna tongue) o animista o induista. E quanti credono non sono poi così tanti, a conti fatti.

Ma questo non è il forum di CL, nè quello dell'Opus Dei, nè quello dell'Oratorio di san Pistacchio; da quel che ho potuto (me gaudente) vedere, per come trattiamo noi la filosofia, l'orientamento di culto poco importa.

Quindi la questione verrebbe riformulata in modo meno deittico, qualcosa tipo "può esistere un dio? perchè crederci?"
Anche perchè, sinceramente, trovo molto difficile e appiattente dividere la persone -in questo contesto- tra credenti e non credenti, con tutto il rispetto per entrambi. A ben guardare, il confine tra l'una e l'altra categoria è spesso labile, sfumato e poco chiaro. Quante riserve, quanti dubbi, quanti "se" e "ma" intaccano l'integrità di noi tutti? L'uomo è un essere complesso, io penso, e grazie al cielo ha poco a che fare con quei granitici e monolitici canoni posti a modello di perfezione e completezza. Conosciamo troppe cose, e non ne conosciamo tante altre, da trovare con difficoltà un posto netto di qui, o di là.

Se poi qualcuno è tanto coerente, e saldo, da potersi definire semplicemente credente o no, ha tutta la mia stima ed il mio rispetto.
Per quanto mi riguarda, il dono di sintesi e fermezza necessari ad una scelta netta mi mancano.

Son convinta del fatto, ad esempio, che nessun uomo può essere un dio; quindi non mi soddisfa l'idea di adorare umani al pari mio, o di considerare quanto dicono come Verità divina.
Ma questo, OVVIAMENTE, non c'entra nulla con il problema "Dio esiste?"

[e se anche non esistesse, cosa cambierebbe per un credente?]

comunque non so, aspetto i post degli altri, navigo in una panthalassa di caos primigenio, sfero e albume.


Poi le terre posavano
su fondali d'acquario,
e ansia di noia e vita d'altri moti
cadeva in assorti firmamenti.

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#3 11-11-2007 21:23

matteo90
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Galileo ha vissuto in un periodo complesso. Dalla fine del medioevo, lungo tutta l'età moderna, si è andato sempre affievolendosi il concetto di divinità come entità materiale, che occupa, cioè, uno spazio e, pertanto, necessità di un luogo, un posto preciso e definito per "stare". Non posso certo definirmi credente in senso stretto e, come esprimeva recentemente Rita in un'altra discussione di questo forum, sono sicuro solamente che la mia "spiritualità" non sia certo quella propugnata con tanto vigore e ipocrisia da Santa Madre Chiesa: in questo forum, più che il "credere" o il "non credere", ci interessa il ragionamento, l'opinione propria e personalissima che, dal continuo e stratificato intervento di tutti, si riconferma, si cambia, si stravolge. Tornando a Galileo, al giorno d'oggi la divinità ha ormai assunto pienamente la forma di qualcosa che è e non è insieme, nel senso che c'è (per chi ci crede), ma non occupa uno spazio... direi che, date le sempre più incalzanti scoperte scientifiche ed esplorazioni spaziali, sarebbe difficile sostenere, attualmente, la tesi di un dio corporeo, che "abiti" un luogo a lui e da lui preposto. Che uno creda o no, la risposta di Galileo (o, meglio, di Brecht) è sicuramente l'unica e la più sensata: o in se stessi, o da nessuna parte.

Matteo


Quem fugis, a! demens? Habitarunt di quoque silvas,
Dardaniusque Paris. Pallas quas condidit arcis
ipsa colat; nobis placeant ante omnia silvae.
[Verg, Buc, II, 60-63]

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#4 11-11-2007 21:27

matteo90
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Ritaaaa: mi hai postato addosso! Mi hai fatto l'uovo addosso!!!! Protesto! Comunque non ho ancora capito perchè tua nonna era così convinta che fossi ebreo... mmm....

Per esempio (OT): come non sentire un soffio nel cuore (e non è un colpo apoplettico nè ischemia del miocardio) guardano la Biancograt, la Scala del Cielo, la leggendaria via che porta all'aspra vetta, 4049msl, percorsa dai venti, scavata fra ghiaccio e roccia, del piz Bernina?

Teo

Ultima modifica di matteo90 (11-11-2007 21:32)


Quem fugis, a! demens? Habitarunt di quoque silvas,
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#5 11-11-2007 22:48

federica 90
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

La domanda è senz’altro gigantesca. Oltre al suggerimento della Rita, vi consiglierei anche di (ri)dare un’occhiata al mega-post della Silvia di quest’estate (nella sezione ‘composizioni di Filosofia III A).

Giustamente, il problema del ‘dov’è Dio’ può essere slittato su un più generico e più facilmente ‘commestibile’: perché Dio dovrebbe esistere? La questione forse necessita di un’ulteriore semplificazione e di un ulteriore zoom sulla fettina di torta che possiamo addentare senza rischiare di slogarci la mandibola.

La fede non ha bisogno di prove, si diceva. Non sono totalmente d’accordo. E’ vero che c’è sempre un atto di fiducia nel credere: se si potesse dimostrare tutto scientificamente, non sorgerebbe più alcun problema. Ma è anche vero che la fede non è un atto irrazionale e cieco. E’ umano porgersi delle domande e cercare di arrivare a delle risposte per mezzo della facoltà ‘propria dell’uomo in quanto uomo’ wink: la ragione. San Tommaso d’Aquino è forse l’esempio più calzante: filosofo e santo, pensatore e uomo di fede. Anche quest'uomo si è interrogato sull’esistenza di Dio e ha sfornato le famose cinque prove, che ne dimostrano (o tentano di farlo) la necessità. E non è certo l’unico ad essersi posto il problema. C’è una lunga lista di filosofi appartenenti a epoche differenti che hanno affrontato la questione: Cartesio, Anselmo d’Aosta, Leibniz, fino a quell’Immanuel che abbiamo già più volte citato (e che non vedo l'ora di studiare, così da poterlo citare senza aver paura di pronunciare eresie filosofiche! tongue).

Nello specifico, il catechismo di Pio X recita:
Dov’è Dio?
Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo: Egli è l’Immenso.
I. Dio è l’Immenso. - Immenso è ciò che non è misurato e non può esserlo. Si possono misurare soltanto le cose estese nello spazio o nel tempo con misure lineari [...]. Essendo infinito, Dio è sopra lo spazio; essendo eterno, è sopra il tempo. [..]
II. Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo. - L’Immenso non può essere contenuto in nessun luogo, né chiuso nello spazio o nel tempo. Il cielo, la terra, tutto lo spazio e tutto il tempo sono pieni di Dio, ma non lo limitano in modo che sia in un posto e non in un altro, prima e non dopo. […]
[…] Nell’uomo giusto Dio è presente in modo ancora più intimo e sublime mediante la grazia che ci fa partecipi della divina natura. In Cristo Dio è presente tanto intimamente che la natura umana assunta è unita al Verbo in una sola persona.

Ma mi rendo conto che qui non si sta parlando dell'aspetto dogmatico della questione...

Fede wink (e la mia firma, in questa discussione, sembra davvero ironica... lol)

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#6 13-11-2007 09:09

prof-comini
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Per molto tempo il legame tra filosofia e religione è stato dato dal fatto che Dio poteva a) 'spiegare' l'origine delle cose. Con il Cristianesimo, Dio è stato inteso anche come b) fondamento del 'significato' delle cose; inoltre come c) motivo di 'speranza' per il futuro (la 'fine dei tempi').

La scienza moderna ha ridimensionato soprattutto la prima funzione, cercando di fare a meno dell'ipotesi teologica (o meta-fisica) per dare una spiegazione della natura iuxta propria principia, come diceva Telesio. Al di là della 'descrizione' dei fatti naturali, rimane il campo della loro 'interpretazione' (del loro possibile significato). L'ipotesi di Dio attribuisce significato alle cose, perché pone alla loro origine un' 'intenzione', una libera decisione; fa della realtà qualcosa di 'voluto' da qualcuno.

Poi c'è la questione etica. L'ingiustizia a cui non sappiamo porre rimedio e il muto appello rimasto senza risposta delle vittime innocenti. Se un Signore onnipotente e buono governa la totalità, si può sperare che l'esistenza di molti non rimanga racchiusa definitivamente nella morsa della prevaricazione e della sofferenza senza riscatto.

E' solo un abbozzo. Ci risentiamo poi.

Lupocomix

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#7 13-11-2007 15:18

r1ta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

'Giorno filosofantes!!!

Dunque dunque... la questione inizia a prender forma, ora non ho capito se è essa stessa che si è ridimensionata o sono io ad aver messo su una dentiera da boa... lol

In trepidante attesa del proseguo dell'"abbozzo" del Lupusinfabula, pongo un dubbio che ho da un sacco. Lo so che è banale, ma è proprio per questo -non capire una questione fondamentalmente semplice- che mi fa arrovellare.

L'ingiustizia a cui non sappiamo porre rimedio e il muto appello rimasto senza risposta delle vittime innocenti. Se un Signore onnipotente e buono governa la totalità, si può sperare che l'esistenza di molti non rimanga racchiusa definitivamente nella morsa della prevaricazione e della sofferenza senza riscatto.

Un po' tutte le religioni, a modo loro, toccano questo punto. Stiamo studiando or ora il cambiamento di visione della divinità nella Grecia classica, da Omero ed Esiodo a Solone, Teognide, Eschilo. Zeus diventa garante di quella Dike che l'uomo può intaccare, infrangendo il kosmos ecc ecc.
Ma
(ecco il dubbio: è banale e trito, v'avverto)
Se davvero credo in un Signore, o comunque in un'entità onnipotente e buona, ma soprattutto giusta, che possa in qualche modo riscattare la nostra sofferenza, e il male che subiamo pur innocenti...
perchè allora queste cose succedono?
Dio, nella sua bontà e giustizia e onnipotenza, non farebbe prima a non farle accadere punto e basta?
So (per come me l'hanno insegnanto a catechismo&CO) quel che risponde la Chiesa: noi uomini siamo lasciati liberi di scegliere, il Signore non s'impone in nulla che riguardi le scelte di noi finchè siam vivi, abbiamo tutta la possibilità di fare il male, e marcire nel peccato, e commettere una colpa dopo l'altra, noncuranti delle conseguenze del Poi, sbagliare, continuamente, sapendo di farlo, fregandosene delle regole che dovremmo rispettare, che poi non sono regole ma consigli, solo che -a parer della dottrina- se non li rispetti vieni punito come fossero regole, altro che consigli.

Insomma, una spiegazione ci sarebbe anche.
Ma a me sembra veramente forzata, come se si tentasse di spiegare ad ogni costo qualcosa che sfugge da una forma mentis del genere.
Che bontà è, quella di Dio, se agisce solo DOPO, mentre lascia che in vita (una parte importante, seppur piccola, anche nella visione cristiana) tutto il peggio del peggio del male trionfi indisturbato?

E poi com'è questa storia: poniamo che io creda in una vita ultraterrena che, se son stato rispettoso delle "norme", sarà più completa, più perfetta, più..., più... di quella mondana; poniamo anche che io sia convinta del fatto che in quella vita, non ci sarà ingiustizia, nè silenzio degli innocenti, nè nulla di umanamente turpe.
Il fatto è: chi me lo assicura? Nessuno. Si chiama fede/speranza mica per niente.
E dunque? Beh, niente... solo è tutto un po' così... opaco e nebbioso...

"Ora i nostri vicini, i signori Bauer, avevano due figlie, una di quattro e l'altra di sette anni, oltre a un figlio dodicenne. Non li conoscevo bene -erano troppo giovani per me- ma ero spesso rimasto a osservarli con una certa invidia quando giocavano insieme con i loro genitori in giardino. Rivedo con chiarezza il padre che spingeva una delle bambine sull'altalena, in alto, sempre più in alto; il bianco dell'abito e il rosso dei capelli, che oscillavano rapidi tra le tenere foglie verde chiaro dei meli, la facevano sembrare una candela accesa.
Una sera, mentre i genitori erano usciti e la cameriera era andata a fare una commissione, dalla casa di legno si levarono le fiamme e l'incendio divampò con tale rapidità che, all'arrivo dei pompieri, i bambini erano già morti bruciati. Non vidi il fuoco, nè udii le grida della madre e della cameriera, ma appresi la notizia il giorno dopo, quando i miei occhi si posarano sui muri anneriti, sulle bambole carbonizzate e sulle funi bruciacchiate dell'altalena, che dondolavano come serpenti dall'albero accartocciato.
Ne rimasi sconvolto, come mai prima di allora.
Avevo sentito parlare di terremoti nei quali erano state inghiottite migliaia di persone, di fiumi di lava incandescenti che avevano travolto interi villaggi, di onde gigantesche che avevano spazzato via le isole. Avevo letto che un milione di persone erano annegate durante l'inondazione del  Fiume Giallo e altri due in quello dello Yangtse, Sapevo che a Verdun avevano perso la vita un milione di soldati. Ma non erano che astrazioni, numeri privi di significato, dati statistici, notizie. Non si può soffrire per un milione di morti.
Quei tre bambini, invece, li avevo conosciuti, li avevo visti con i miei occhi e cambiava radicalmente le cose. Cosa avevano fatto loro, quale male avevano commesso i genitori per meritare tutto ciò?

Non restavano che due alternative: o Dio non c'era o esiteva una divinità che era mostruosa nel caso fosse stata potente e inutile se non lo era.
Una volta per tutte rinunciai a credere a un essere superiore che guardava l'uomo con occhio benevolo."

[L'amico ritrovato, Fred Uhlman]

tongue Ri' tongue


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#8 14-11-2007 10:56

prof-comini
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

è andato sempre affievolendosi il concetto di divinità come entità materiale, che occupa, cioè, uno spazio (Matteo)

Direi che ciò si può far risalire a Platone. L'immateriale è una nozione sua, i neoplatonici del III sec. d. C. l'hanno ripresa e la teologia cristiana medievale l'ha fatta propria. Perciò la domanda "dov'è Dio?", o è ingenuamente materialistica, o va presa in senso metaforico e provocatorio. In quest'ultimo caso, riguarda il 'senso' della natura più che la sua origine. Nel freddo e cieco gioco meccanico delle forze, la natura appare 'indifferente': non più dono e 'grazia' (come diceva Natoli), ma puro evento del caso.

come non sentire un soffio nel cuore (e non è un colpo apoplettico nè ischemia del miocardio) guardano la Biancograt, la Scala del Cielo, la leggendaria via che porta all'aspra vetta, 4049msl, percorsa dai venti, scavata fra ghiaccio e roccia, del piz Bernina? (Matteo)

Aveva di nuovo rivolto gli occhi al cielo. Come se potesse per caso strappargli il suo segreto e scoprire lì quello che lo turbava dappertutto. Ma presto fu stanco, e un senso di profonda solitudine lo rinserrò. Il cielo era muto. E Törless sentiva di essere tutto solo sotto quella volta immota e silente, gli sembrava di essere un piccolo punto vivo sotto quell'immane cadavere trasparente. (Robert Musil)

Come puo esser diversa l'esperienza della natura, no?
Quando il cielo "diventa muto", cerchiamo Dio in noi:

"Se ci sono solo stelle...Dio?Dov'è Dio?"
Galileo rispose:
"O è in noi, o da nessuna parte"

Quando la via dell'"eutychia" delude, intraprendiamo quella dell'"eudaimonia". Ma anche qui il silenzio di Dio può farsi avvertire. Non si può esser felici da soli; ci si sente "responsabili". Ma di fronte al male non sempre abbiamo 'arte', competenza, virtù o resistenza sufficienti. Stiamo lì sconfitti di fronte alle vittime. E Dio tace. Forse perché in questo modo affida all'uomo la Terra.

Lupocomix

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#9 15-11-2007 15:22

r1ta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

'ngiorno filosofi febbricitanti e non!!!
Allora, vediamo... qui i cosciotti (quelli dei Proci locatelliani tongue) al fuoco diventano parecchi

Nel freddo e cieco gioco meccanico delle forze, la natura appare 'indifferente': non più dono e 'grazia' (come diceva Natoli), ma puro evento del caso.

Io penso che oggi come oggi tutti -chi più, chi meno- abbiano modo di venire a contatto con questa visione della natura. Insomma, la conoscenza scientifica, per quanto muta e puramente casuale, è accettata come vera (con tutti i punti di domanda che comunque lascia irrisolti). Abbiamo una descrizione accurata di quel che accade.
Il problema (come diceva il Sommo virulento) sta proprio nel chiedersi "Perchè? Con quale scopo (=significato?)?".
E qui appunto avevamo notato come entrino in gioco le interpretazioni di "realtà altre", che tentino di spiegare ciò che non può essere provato empiricamente. Quindi, nella fattispecie, la presenza di un Dio onnipotente che possa arricchire di un significato profondo la natura, qualcosa che osi spingersi oltre la mera meccanica.
[fine riassunto/tentativo di riordinare le puntate precedenti]

Ma continua a sfuggirmi un principio di questo ragionamento. Posto che
la natura è, in sè e per sè, una serie di processi casuali ma regolati da certe dinamiche fisse (rimembro ancor le funeste formule di Fisica).
Io uomo, essendo curioso e affamato di scoperta (nell'accezione natoliana del termine), indago su quel che mi circonda: trovo la legge e descrivo una realtà oggettiva.
Poi, sempre perchè uomo indagatore (w socrate!) capisco che tutto un universo così complesso sembrerebbe "sminuito" se inteso come puro frutto del caso. E, tra l'altro, in questo modo anche noi saremmo considerati figli del medesimo caso (mi pare che quest'espressione sia maieutizzata dagli incontri in Triennale about Darwin).
Ferita nell'orgoglio, per noi che abbiamo la percezione di essere unici, diversi, migliori.
Quindi Dio diventa utile. Sì per colmare quelle lacune di conoscenza della realtà circostante. Ma anche per dare un senso a noi stessi.

E qui il dubbio: perchè cercare all'"esterno" qualcosa che dovrebbe stare "in" noi? Che poi dico, se proprio è così necessario trovare il significato recondito del "Tutto", non è più ovvio ricercarlo nella "nostra"
realtà, quella che possiamo tener sott'occhio?
Non dico che io individuo basto a giustificar me stesso; perchè, ad esempio, se l'obiettivo è essere felici e felici da soli non si può essere, vuol dire che allora da soli non bastiamo (anche our dear Ary ha speso buone parole in merito...)

Quindi, va bene l'umiltà di non sentirsi gravidi di tutto il significato che può sottendere a qualcosa di così immenso come anche solo una vita... Però posso dire che se ci sono qui ed ora -trovato o meno il senso del mio essere- ci sono davvero, caspita se ci sono, non so il perchè, ma questo è quanto. Non sono un'imago, un simulacro, un eidolon e nemmeno una proiezione olografica.
Pertanto è possibile
a) che io non riesca a cogliere il Significato, ma viva in relazione ad esso, tutto teso verso il bersaglio, come mosso da una voce "iscritta nella carne" che non necessita di presa di coscienza
b) che io esista ugualmente, nonostante tale significato sia
_a1 - invisibile o comunque non tangente me (scusate la costruzione latineggiante)
_a2 - inesistente

Dunque, credo che la soluzione a) sia impraticabile. Troppo lasciata al torbido, nebbiosa ed aleatoria. Fragile.
Opterei per la b). Indipendentemente dall'ipotesi 1 o 2, se io esisto pur rinunciando a trovare il Senso proveniente da "fuori", nel senso di realtà altra (faccio il ragionamento dilemmatico e binario parmenideo-machiavelliano)
- o mi considero senza significato, per cui vivere o morire non cambierebbe nulla, quasi quasi ora che ci penso vado a liberare il mondo dal peso della mia inutile ennesima persona
- o inizio ad indagare, a trovare il Senso non extra me, ma intra me. Come individuo, come persona tra le persone, ovvero parte di un organismo, come appartenente a questo mondo qui.

Poi io non so se anche così si riesce a trovare una risposta stabile ed esauriente a tutti i nostri "perchè?". Non credo... ma come modo di procedere mi sembra più realistico e controllabile, diciamo meno soggetto ai voli della fantasia.

Sbuff... devo andare... ma dopo torno!!! Ho ancora un paio di cose da dire big_smilebig_smilebig_smile

a più tardi!!!

tongue Ri' tongue

P.S. prof, vede, sulla sua carta , i PV (punti vita) specificheranno che il limite sono 38.5° di febbre!!! tongue
Buona guarigione!!! big_smilebig_smilebig_smile


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#10 15-11-2007 18:05

matteo90
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

inizio ad indagare, a trovare il Senso non extra me, ma intra me. Come individuo, come persona tra le persone, ovvero parte di un organismo, come appartenente a questo mondo qui.

Poi io non so se anche così si riesce a trovare una risposta stabile ed esauriente a tutti i nostri "perchè?"

Quoto in pieno. Ritengo che questa sia una concezione fortemente influenzata dall'"oggi", da una vita che spesso mostra solo la freddezza della scienza, nascondendone la parte "umana", mostra la vacuità di molte situazioni, persone, società... Una vacuità percettibile e inquitante, che si riscontra anche in chi si proclama essere non-vuoto, anzi, portatore di una spiritualità antica e salvifica: per intenderci, non solo in televisione, ma anche in chiesa (che essa sia cattolica, protestante, o che sia una moschea, una sinagoga ecc).

In un contesto simile, ognuno crea e coltiva la propria "spiritualità", cioè sviluppa e accresce il proprio mondo interiore, il proprio rapporto con dio, con la scienza, con le lettere, con la vita... ci si può mettere ciò che si vuole.

Un po' quello che diceva Calvino: la lettura, attenta e consapevole, anche mnemonica, di libri, di poesia, di una letteratura he si stratifichi nell'animo, fino a creare una personalissima fonte a cui attingere in ogni situazione, una spada per farsi strada e uno scudo per proteggersi, ed in cui ritrovare una propria spiritualità, ancora più forte proprio perchè  personale e non dipendente da altro. Insomma, qualcosa di auto-elaborato che ci sia davvero vicino e che sentiamo davvero nostro.


TeO


Quem fugis, a! demens? Habitarunt di quoque silvas,
Dardaniusque Paris. Pallas quas condidit arcis
ipsa colat; nobis placeant ante omnia silvae.
[Verg, Buc, II, 60-63]

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#11 15-11-2007 18:29

r1ta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Oh! Questo intendo io!
Pensavo: guardate Dante, come ha reso la figura di Lucifero.
Egli è il Male, la concentrazione di esso e la sua forma più pura e sublimata.

E cosa dice il pater? Che è come una macchina, un mulino a vento, tutto un poderoso sferragliare, una specie di marchingegno pieno di ingranaggi che cigolano. Piange, è vero: ma le sue lacrime assomigliano alla pioggia, sono un evento indifferente.
E come mai una descrizione tale? Perchè Satana, così, appare come meccanismo puro, in una totale assenza di umanità; se ci fosse umanità, ci fosse passione e sentimento, il Male stesso verrebbe messo in discussione; poi forse avrebbe comunque la meglio, ma non in modo così assoluto e perfettamente sistematico.

Perchè tirare in ballo il povero Dante???
Beh, io parlavo proprio di questo... la nostra "umanità" (che sintetizzo tra classici e non, e intendo come ragione + passione) ha un suo "potere", per quanto limitato. Essere contiene già in sè una sorta di giustificazione, altrimenti sarebbe non-essere.
Che poi questa giustificazione sia per noi sensata e nobile, è tutto un altro piao di maniche. Certo è che, anche nel nostro piccolo, possiamo assumere una scala di valori, e di conseguenza fornire in prima persona un senso alla nostra vita. Come dicevamo, non bastiamo da soli.
Ma un buon modo per cominciare è lavorare su se stessi (gnothi s'auton... lo so, niente trovate originali... ma è già stato pensato tutto il pensabile!!!).

E' ipocrita accontentarsi di un senso della vita già pronto, esterno e lontano, da assumere dopo i pasti due volte al giorno.
Come diceva Teo

qualcosa di auto-elaborato che ci sia davvero vicino e che sentiamo davvero nostro.

Troppo facile fare i finti ottusi, per poi macerare nei dubbi appena si è da soli

[Ri'^^]


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#12 15-11-2007 19:03

matteo90
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Ben... hai colto nel segno!

Sto guardando uno sconosciuto cratere della luna... perchè tra la nuvolaglia non si vede altro!!

Ultima modifica di matteo90 (15-11-2007 19:04)


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#13 16-11-2007 11:50

prof-comini
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Ritengo che questa sia una concezione fortemente influenzata dall'"oggi", da una vita che spesso mostra solo la freddezza della scienza (Matteo)

Essere contiene già in sè una sorta di giustificazione, altrimenti sarebbe non-essere. (Rita)

Collego i due riferimenti in questo modo: il freddo sguardo scientifico fornisce 'spiegazioni' (causali), mentre al termine 'giustificazione' annettiamo qualcosa in più, un alone etico non di per sé garantito. Come quando, affrontando pagine oscure della storia, diciamo che il nostro tentativo di 'spiegare' non equivale certo ad un voler 'giustificare'. Usando il termine in questa accezione, non è detto che il fatto di "essere" comporti di per sé una giustificazione. Spesso incorpora più valore chi viene cancellato dalla scena rispetto a chi la occupa prepotentemente.

perchè cercare all'"esterno" qualcosa che dovrebbe stare "in" noi? (Rita)

L'essere esterno e indipendente non è una prerogativa esclusiva di Dio. E' un tratto caratteristico della verità: andare in cerca della verità significa dirigersi verso un 'dato' oggettivo, non pienamente dominabile o controllabile:

inizio ad indagare, a trovare il Senso non extra me, ma intra me. Come individuo, come persona tra le persone, ovvero parte di un organismo, come appartenente a questo mondo qui.

L'individuo nella sua 'effettività', l'organismo, il mondo sono appunto il dato e quindi anche il vincolo. E, se si va oltre l'individuo, vincolo 'esterno'. Intuisco il fastidio per il carattere predefinito e imposto delle fedi. Ma come diceva Federica, anche il credente non è sottratto all'onere dell'interpretazione. In fondo nemmeno il testo sacro o le tradizioni religiose sono 'spiegazioni' immediatamente accessibili. Anch'esse si presentano come un 'dato' (prima di tutto umano e storico) con cui confrontarsi. Senza intelligenza non c'è assimilazione.

ritrovare una propria spiritualità, ancora più forte proprio perchè  personale e non dipendente da altro (Matteo)

E' ipocrita accontentarsi di un senso della vita già pronto, esterno e lontano

Sostenevo che il senso fornito dalle religioni non è proprio "già pronto". Ma uno può dire: io non voglio "assimilare", voglio costruire. Solo se costruita in proprio la spiritualità è personale.
Anche così, penso che comunque si costruisca con 'materiali da costruzione'. Perché nel lavoro di analisi personale si cerca ugualmente la mediazione con la realtà. Ci confrontiamo sempre con voci altrui (di persone in carne e ossa oppure "di una letteratura che si stratifichi nell'animo") oppure con eventi, esperienze e dati di conoscenza. Qualche vincolo oggettivo credo sia ineliminabile. L'originalità interiore non la vogliamo pagare con la schizofrenia.

Lupocomix wink

P.S. Confesso di non aver capito bene l'intenzione del riferimento dantesco...roll

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#14 16-11-2007 18:40

matteo90
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Uhm... in effetti i mattoni (almeno quelli!) sono già fatti in qualunque caso...

Pertanto giungo a questa conclusione: anche una religione, una fede, un culto può essere fatto proprio, sentito vicino, assimilato. Questo però - e lo voglio sottolineare - non coincide con l'idea precettistica, per esempio, del cristianesimo. Molti cristiani non sentono alcuna "vicinanza" con Dio, nè interesse nelle pratiche religiose; ma esse sono state loro imposte fin da bambini e sono ormai diventate un'abitudine. Questo non è essere cristiani. Meglio un fedele pieno di dubbi, ma che "possiede" e conosce la sua interiorità, di un "fedele" che non ha dubbio alcuno, è sicuro dell'esistenza di Dio, va a messa tutte le domeniche, che dico!, tutti i giorni!, ma non si è mai chiesto sinceramente e con un po' di angoscia "io cosa ci faccio qui?", "il dio in cui credo esiste?"ecc...

matTEO

Ultima modifica di matteo90 (16-11-2007 18:41)


Quem fugis, a! demens? Habitarunt di quoque silvas,
Dardaniusque Paris. Pallas quas condidit arcis
ipsa colat; nobis placeant ante omnia silvae.
[Verg, Buc, II, 60-63]

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#15 18-11-2007 15:29

r1ta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Buongiorno filosofanti!!!
Scusate se non mi son fatta sentire per un po' (addirittura due giorni!!!), ma era troppo impegnata a contorcermi le cervella sul fatto che tra poco non avrò più 16 anni, supererò le colonne d'ercole, il limite massimo che mi ero sempre prefigurata come futuro lontanissimo. Si incrina il guscio dell'uovo e ce la si fa sotto (scusate la volgarità) per la paura del fuori.

Comunque.
Sì, uhmmpf, forse è vero: ci sono delle "limitazioni" e dei percorsi obbligati da seguire nel contesto di una "costruzione" di sè; ma come dicevate, da qui è lontana l'idea di un'assimilazione passiva, oppure del piegarsi a schematismi imposti. E già questo è un passaggio importante, non è così scontato mettere in discussione quanto ti viene inculcato, fin da piccolo, come dogma.
Esempio: il nostro parroco, una domenica, nella predica diceva (parole testuali, me le ero scritte) "Non possiamo capire il mistero della Trinità; per noi uomini 1 è diverso da 3; ma Dio è grande, così grande che è impossibile farcelo stare nel nostro cervello. Sarebbe come pretendere di mettere tutta la sabbia della spiaggia in un solo secchiello. Ma in verità Egli è Uno e Trino. Così la fede giunge in soccorso del cristiano quando la ragione cede...". Non sto dicendo che i cristiani sono sacchi ripieni di cemento, precetti e certezze, inamovibili e granitici. Ma il modo in cui si viene introdotti alla religione è più o meno questo "taci e prega!". Di conseguenza quel che diceva Teo.

Poi, riprendo un attimo la questione della ricerca di un Senso.
Prima cosa: non è possibile che la ricerca stessa sia il Senso?
Il brav'uomo diceva che "una vita senza ricerca non vale la pena d'esser  vissuta"; so che il contesto era un altro, ma era una frittata comoda da ribaltare.
Mi spiego: è così necessario trovarla questa benedetta giustificazione, o può essere già sufficiente il cercarla? Intendo l'indagine in sè e per sè, che ci spinge verso il nuovo, verso lo "sperimentalismo", una continua tensione al miglioramento (help, inizio ad esprimermi come Arist!) nella necessità di trovare appunto il Senso.
In questo modo si passa su una via lastricata di sensi fittizi, che poi abbandoniamo, rielaboriamo e mischiamo, senza per forza giungere aduna cocnlusione univoca.
Detto così sembra terribile: cerchi, cerchi (rettangoli!) spasmodicamente per tutta la vita e arrivi alla fine con un pugno di mosche e tanti bei ricordi, ma nulla più. Però, se non altro, un esistenza di questo genere un suo scopo ce l'ha avuto, ed è sempre stata coerente a se stessa, senza mai abbassarsi ad accettare controvoglia giustificazioni percepite come distanti e inadatte.

Penso di non essermi spiegata come vorrei. Non ho capito manco io, figuriamoci... neutralneutralneutral

Una cosa. Lungi da me l'elogio alla schizofrenia, e posto che ho capito cosa intendesse dire il Sommo (quindi parlo slegata da quel preciso contesto).
Alcuni dei cosiddetti "sintomi positivi" di questo disturbo, se minimamente controllati, sono la base di un tipo di originalità che non è affatto deprecabile; però si sa che il diverso fa paura, e quindi si maschera tutto dietro al "curiamo così che anche lo schizofrenico possa essere felice". Mah...

vado a studiare chimica, ufffff...

big_smile Ri' big_smile

PS prof, Dante lo riprendo in un altro momento, mi scusi, ma la stechiometria chiama!!! tongue

Ultima modifica di r1ta (18-11-2007 22:15)


Poi le terre posavano
su fondali d'acquario,
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#16 19-11-2007 20:56

prof-comini
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

una religione, una fede, un culto può essere fatto proprio, sentito vicino, assimilato. Questo però - e lo voglio sottolineare - non coincide con l'idea precettistica, per esempio, del cristianesimo. Molti cristiani non sentono alcuna "vicinanza" con Dio, nè interesse nelle pratiche religiose; ma esse sono state loro imposte fin da bambini e sono ormai diventate un'abitudine (Matteo)

E' vero. E spesso l'abitudine è tale da rendere impermeabili a ogni desiderio di discussione. Ma questo accade anche nelle persone più consapevoli. Credo che scatti un meccanismo psicologico simile  con gli attivisti politici. In entrambi i contesti si tratta di persone 'impegnate', che hanno superato (!?) da tempo lo stadio dell'adesione teorica e sono preoccupate della realizzazione pratica dei loro principi. Per questo vivono la discussione sui principi come se fosse una specie di regressione, o comunque un lusso che non si possono più concedere perché "ci sono tante cose da fare". In realtà chiunque, su questi argomenti, avverte sempre nel profondo di se stesso la "voce contraria", come una propria possibilità d'essere alternativa (purché le lasci tempo e modo di emergere).
Per quanto riguarda il tradizionalismo vero e proprio, ha un suo elemento di forza indiscutibile: la capacità di essere 'popolare'. Migliaia di persone hanno potuto accedere alla riflessione sul significato dell'esistenza attraverso questa strada, mentre la via più raffinata e 'polifonica' della tradizione colta sarebbe loro rimasta inaccessibile; molti sono arrivati ad interessarsi a quest'ultima passando attraverso una formazione religiosa popolare, che ha incominciato a sollevare questioni d'insieme e a suscitare obiezioni spontanee. Tutto sommato, fuori dalla scuola, in quale altro contesto collettivo è concesso alle persone di confrontarsi tra loro su questioni un po' 'profonde'?

A più tardi!

Lupocomix

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#17 19-11-2007 22:14

r1ta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Salve prof!!!
*bisbiglio ai compagni, concitata sorpresa che striscia di volto in volto: "Avete visto?! E' vivo, eccome, io ve l'avevo detto! sapevo che quella notizia era solo una lurida menzogna: ma che alieni, dico io! Come facevate a credere che fosse stato rapito?!"*
[naturally scherzo... a proposito, come sta?]

Per quanto riguarda il tradizionalismo vero e proprio, ha un suo elemento di forza indiscutibile: la capacità di essere 'popolare'.
Questo è innegabile

Questo è proprio innegabile. Oltre ad elemento di forza, direi anche che è un bel merito, no?
In fondo, pensavo, è facile parlar per noi (è un "per me" esteso), che bene o male abbiam la fortuna di avere multae ac divorsae vie (non dico spianate, ma certo non del tutto accidentate) d'accesso alla riflessione.

Tutto sommato, fuori dalla scuola, in quale altro contesto collettivo è concesso alle persone di confrontarsi tra loro su questioni un po' 'profonde'?

E' vero, è verissimo. Anzi, specifichiamo: già la scuola dipende, perchè non è dappertutto come da noi, basta spostarsi di poco, e tira tutta un'altra aria.
E' tanto se si riesce a trattare di questioni "profonde" e soprattutto sentite tra ristrettissimi gruppi di individui -mi vien da pensare agli amici, guarda caso- due, tre, pochi.

Altrimenti ci sono le grandi adunate di gente che si ritrova sì, ma non per discuetere nel vero senso del termine; sono persone che la pensano all'incirca tutte nello stesso modo, e si ritrovano proprio in virtù di questa comunanza d'opinione. In quel caso è lecito tutto, men che l'esprimere il proprio dubbio: si rischia di venire lapidati e fatti a pezzi da  tutti quanti gli altri, che vedono nel mettere in forse i saldi principi qualcosa che minaccia la solidità stessa dei suddetti principi.
Perfettamente calzante l'esempio con gli attivisti politici, oltretutto.

Poi, come dicevamo con Paolo e Teo, noi siamo estremamente superficiali; intendo come tipo di società, nel modo di rapportarsi alle cose ed alle persone, a se stessi... facciamo finta di scendere oltre il primo sguardo, il primo impatto, ma alla fine è un gran parlare a vuoto.
Non per tutti e non nella medesima misura, ma in gran parte è così.
Come mai?
Le ragioni -io credo- sono davvero tante.
Forse perchè in realtà non è che siamo superficiali in toto, ma ci atteggiamo a superficiali.
I nostri dubbi, le domande e le insicurezze che scendono fino alle radini ce le abbiamo tutti; però si evita di parlarne, come se fosse un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Magari c'entra la paura di sentirsi troppo esposti in un mondo di spregevoli approfittatori, che non aspettano altro che tu ti apra un po', che abbassi la guardia.
Forse perchè fare sembra più importante che pensare -inutile spreco di tempo- e quindi ci si getta a spigola nel turbine di cose da provare vedere sentire, soprattutto quando si è con altri, per non lasciarsi sfuggire nemmeno un minuto di quel maledetto tempus che fugit come un ricercato.
Forse ancora perchè certe cose ci paiono scontate, così come credo al fatto che la terra è tonda, idem i miei valori e principi etici sono, DEVONO essere INDUBBIAMENTE giusti. Viviamo calati nel nostro piccolo kosmos ordinato, apparentemente incorrutibile, non perfetto ma perfettamente conosciuto; l'abitudine è sovrana, non ci sfiora nemmeno l'idea del "e se le cose andassero diversamente?". Perchè al di là dei confini conosciuti, oltre le colonne d'Ercole, c'è buio, non si sa quale orripilanti fantasmi presunti si nascondano in quelle tenebre. In poche parole: paura.
Così restiamo sconvolti e come interdetti, sorpresi e stupiti quando muore qualcuno che ci è caro; qualcuno senza cui non ci si sarebbe mai immaginato di vivere anche solo un giorno.
Idem con i propri nodi concettuali sedimentati, mi pare...

Bon, ora vado sul serio a studiare arte (uffa riuffa che barba e ribarba. Oh!) big_smile

Speriamo di non dover scacciare i pinguini, domani, per poterci rimpossessare dei banchi...

'notte!!! wink

----> Ritz <----


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#18 19-11-2007 23:03

prof-comini
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

il modo in cui si viene introdotti alla religione è più o meno questo "taci e prega!" (Rita)

Quando si era freschi di Concilio Vaticano II, era tutto un gran lavorio di confronto con la cultura moderna. Il catechismo dei giovani ancora ai miei tempi era pieno di riferimenti a Hegel, Strauss, Feuerbach, Marx, Freud, Nietzsche... Poi, con la "crisi delle ideologie", i percorsi di formazione ecclesiali sono diventati più autoreferenziali (nella migliore delle ipotesi sotto forma di pregevoli approfondimenti biblici). Come se fosse indispensabile la presenza di un avversario culturale importante con cui misurarsi: venuto meno questo, c'è stato il ripiegamento (e il ricorso a modalità più spicce e 'antimoderne').

non è possibile che la ricerca stessa sia il Senso?

Sono dell'avviso che anche se non si trova la risposta globale e onnicomprensiva, in ogni caso qualche risultato venga sempre conseguito. Scartate le interpretazioni che ci sembrano estranee ed imposte, c'è spazio per una nostra sintesi. Ma non è un tranquillo lavoro intellettuale. La vita comprende 'esperimenti', attraversati i quali certe convinzioni non ci risultano più obiettivamente sostenibili. Ricerca, talvolta, significa smarrimento.

Lupocomix

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#19 21-11-2007 23:32

r1ta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

'sera ragashuoli!!!

Anzitutto una spiegazione che devo dalla bellezza di cinque giorni quasi sei. Dante.

Allora, all'inizio il significato del riferimeto mi sembrava lampante, chiaro come il sole, tanto evidente da non necessitare ulteriori parole.
Poi ho visto che al Sommo sfuggiva il passaggio; quindi, posto che come fatto in sè è quanto mai raro, ho riletto l'intervento incriminato.
Se dico che la logica con cui avevo citato mi è ora oscura, commetto eresia? roll
In ogni caso, con un po' di impegno ho ricostruito un ragionamento plausibile che possa spiegare l'accostamento "apparentemente" timbrico (ewwiwa il blu e l'arancione che ci fan prendere 10!!!)

Il male ed il bene sono concetti, idee, "cose" che vanno oltre all'individuo, non mi impaludo nel definirle trascendenti/immanenti perchè poi c'è la differenza tra atto e potenza, pensiero e pratica... comunque direi che si possono considerare oggetti non appartenenti al limitato ambito dell'individuo.
Sono estendibili alla totalità totale del Tutto? Non penso. In natura non c'è male e bene, in fondo, perchè come dicevamo con uno sguardo freddo scientifico ecc ecc si perdono le valenze etiche dei processi, riducendole a puro meccanismo (avviene/non avviene).
Lei Licantroprof diceva che "essere" non contiene un'implicita giustificazione. Va bene.
Dunque male/bene è una differenza che riguarda soltanto i parametri fittizi creati dall'uomo; il discorso sarebbe enorme, arriva alla necessità di autoregolazione della società passando per innumerevoli vie. Sarebbe interessante discuterne, ma per ora limitiamoci a dire che bene/male sono un'invenzione dell'uomo.
Cioè, forse l'uomo ha inventato il bene, ciò che è giusto, indicandolo come tutto ciò che non è male, tutto ciò che non disturba l'ordine del bel kosmos.
A questo punto, ovviamente, c'è da specificare che l'educazione, il tipo di cultura, l'epoca storica e tante altre variabili vanno ad influire sulla PROPRIA concezione di bene e di male. Tanti sono i modelli, i canoni e le norme di comportanto, tanti saranno gli aspetti e le valenze dei due termini. Ma sto divagando.

Dante, però, non vedeva il bene ed il male come connotazioni artificiali e relative, convenzioni (che dipendono sia dal fatto di essere uomini sia dal fatto di essere uomini di una certa educazione/ideologia...).
Per lui bene e male sono qualcosa di oggettivo, stabile, precisamente definibile ed esemplificabile con questo o quel comportamento; certo, immagino che nel 1300 (e non solo) essere cristiani significasse anche questo. Saper dire senz'ombra di dubbio "Male è così... Bene è cosà...".
Concetti che valgono sempre, in tutti gli ambiti, esterni all'uomo, non autoreferenziali ma reali e tangibili oggettivamente.
Tuttavia, attraverso la rappresentazione di Lucifero-mulino, vediamo quanto una certa umanità "l'esser uomini pregi e difetti compresi nel prezzo", ha una sua forza, quel potere di influire su incrollabili pilastri -dogmi- quali appunto il Male assoluto.
E' luomo che, per il fatto stesso di essere uomo quale è, sa "darsi un Senso" nel rapporto con i grandi valori. Metterli in discussione. Magari soccombere, ma almeno averci provato.

Così ricollegavo il tutto all'idea di un Senso intra nos, per l'humanitas (non terenziana), l'essere uomini in sè e per sè, ovvio, inseriti in un contesto che supera l'individuo e via dicendo... ma come mio solito sto già palinodando senza ritegno, quindi diciamo che la faccenda va collocata nel tempo in cui è nata, altrimenti stride con il resto (ok l'incoerenza, ma con modus! tongue).

Per altro, volendo, si riallaccerebbe la tesi del Senso come ricerca stessa, puro indagine slegata dal trovare o meno le risposte.
Ma in effetti, presa così alla peruovato, diventa difficilmente sostenibile.

Ricerca, talvolta, significa smarrimento.

Come frase suona verissima. E terribile.
Prof, si offende se le dico che lei ogni tanto fa davvero paura? Sembra un anfibolico vaticinio del Lossia, un responso deinos di qualche saggio delfico -Sommo!-.
Comunque, non so a voialtri, ma a mette i brividi. Un bagno di realtà: gelida come l'acqua iperclorica della piscina, alle 8.00, temperatura esterna 4°C. Brrrr hmm

buonanotte filosofomani!!! (a domani -per chi c'è- anche al centro gallaratese con la prof Magistrelli!!! -spettacolo- wink)

Ri' Trismegista

PS ewwiwa la 'sì definita cominiana di ferro!!! prof, le spiegheremo la luuuunga storia... niente paura, non c'è nessun cadavere da nascondere a pezzi dentro al freezer lollollol


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#20 22-11-2007 20:28

federica 90
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Due parole sull'incontro di oggi.

Mi sembra che tutti siamo rimasti un po' delusi dalla mancanza di una precisa centratura del discorso. Almeno, questa è la mia opinione. Individualmente i relatori erano più che validi (soprattutto Mr. W. Shea smile), ma gli interventi sono stati parecchio sfasati, collocati su due piani completamente diversi. Il primo più legato alla presentazione teatrale della Vita di Galileo di Brecht al Piccolo (interessante, devo dire, la spiegazione della genesi dello spettacolo); il secondo di stampo squisitamente scientifico. big_smile

Ma non era questo che mi aspettavo. Pur apprezzando la spiegazione appassionata (e anche divertente) del prof. Shea, l'ho trovata estremamente slegata dal contesto. I relatori erano preparati, ma poco coesi. E' forse mancata una buona organizzazione. Voi cosa ne dite? Alla fine, purtroppo, devo ammettere che non è stato un incontro molto utile. Piacevole, questo sì. Piacevolissima la parte dedicata alla spiegazione (solo abbozzata, naturalmente) delle osservazioni di Galileo al telescopio. Ma non utile. Almeno non nella direzione verso cui credevo tendesse l'incontro.

Parlando con il Paolo, era venuta fuori questa osservazione (rubata, confesso roll, da un passaggio di 'Danny l'eletto'): l'argomentazione, già di per sè non organica, si è mossa in orizzontale, invece che in verticale. E non ha approfondito abbastanza. Cenni alle osservazioni della superficie lunare, cenni alla vita, cenni al personaggio brechtiano, cenni al Galileo storico, cenni alle influenze degli studi galileiani sull'arte (addirittura! yikes), cenni sul processo, cenni sul rapporto Chiesa/scienza... Solo cenni. Interessante infarinatura generale. E interessanti anche gli spunti di approfondimento. Ma niente approfondimento hmm... E, considerando che a noi, anacolutamente parlando tongue, l'infarinatura era già stata offerta gentilmente dal demiurgo in veste di prof. di storia, non posso dirmi soddisfatta.

Beh, a questo punto, potremmo approfondire un po' noi. Magari partendo da quella domanda così banale posta dalla studentessa ricciola lì all'incontro... ma sì, dài, quella cosuccia da nulla, tanto che i relatori non hanno neanche abbozzato una risposta, talmente era ovvia... Suonava un po' così: quali limiti deve avere la scienza? E chi deve porli?

So che abbiamo già affrontato il problema. Però potremmo scavare ancora un po'... Magari un punto d'arrivo non c'è per davvero. Ma conservo ancora un pizzico di elpìs (non so se nell'accezione di speranza positiva o ingenua illusione wink).

Fede wink

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#21 22-11-2007 21:46

r1ta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

O Fede, quanto tempo!!! big_smile

Dunque... in effetti anch'io mi sarei aspettata qualcosa di diverso.
Non migliore, o peggiore; semplicemente diverso.
Perchè in fondo non è stata difesa a spada tratta alcuna tesi. Non sono state prese posizioni decise, nè sani scambi d'insulti nè compatta collaborazione tra i relatori.
Erano i lì, seduti ai loro posticini, hanno detto le quattro cosuccie che si eran preparati, fingendo di esser soli, non in un dibattito.
Quindi due interventi del tutto slegati, che andavano ognuno in una direzione diversa; non opposta: così sarebbe stato interessante. Solo che uno disquisiva di smerigli, l'altro di gronghi, mentre le domande riguardavano le castagnole, quando non le barbitelle. Sempre pesci, ok, tutti d'acqua salata per altro... ma allora tanto valeva organizzare incontri "mono", con l'intervento di uno solo, tipo Corbetta.

Nello specifico (a mio modesto avviso tongue):
Gargantini (il relatore) è stato il peggiore. Non ha detto molto, quel poco che ha detto l'ha pasticciato e reso confuso, ciò che si è capito son state un paio di osservazioni; lui le ha fatte passare per dati dimostrati, io resto dell'idea che fossero opinioni fortemente di parte. Ma vabe'.
Banterle si piazza ad un dignitosissimo secondo posto in pastrugnamento concettual-espositivo. Vero è che molte cose ci son parse note perché comunque prima di vedere lo spettacolo avevamo ascoltato la “lezione introduttiva” al quasimodo; poi, innegabile, ha chiarito un paio di passaggi nella genesi della rappresentazione che sono molto interessanti. Un po’ ridicolo –scusate- il tentativo di rivestire la compagnia teatrale di una specie di missione storica e provvidenziale “noi siamo l’unica compagnia cattolica in Italia, e abbiam voluto mettere in scena un’opera per noi pericolosa, proprio per accettare la sfida e sfatare i luoghi comuni di questo forte personaggio!”. Ok. Magari anche perché –azzardo in appoggio alle tesi del Teo- uno spettacolo del genere è OVVIO che attiri pubblico. Tanta gente. Tanti soldi. Ma sto banalizzando, io che son considerata così schifosamente rossa, anzi viola melanzana, mangiapreti, comunista e anticlericale. Io.
Io?!
(scusate lo sfogo, ma quando ce vo’ ce vo’)
Altro punto nebbioso di Banterle è questo: ha affermato che la Vita di Galileo è forse l’opera meglio riuscita di Brecht; e quel personaggio, così ideologizzato, è talmente grande, forte ed imponente (quasi come presenza fisica) che par addirittura esser sfuggito di mano al drammaturgo. Certo, proprio come Amleto di William.
Udite udite!, mi permetto di dissentire. C’è bisogno di spiegare il perché?
Infine arriva il prof Shea. Con lui si ragiona, finalmente [infatti -se avete notato- su due ore lui ha parlato per una e mezza]. Un personaggio, non c’è che dire; anzitutto ottimo oratore, è importante, sa essere chiaro e anche divertente, non annoia, non “se la tira” troppo e porta avanti un discorso coerente e logico.
E’ vero, in summa non è arrivato a sostenere alcuna tesi; non ha sfatato miti; non ha sciolto luoghi comuni; non ha quagliato né deposto ovi.
Però di questioni interessanti ne ha toccate parecchie, in modo non approfondito, sì, ma offrendo comunque gli spunti e le basi per una riflessione successiva.
Non ha fatto un vero e proprio discorso. Ma ha detto tante cose. (Paulus docet)
L’infarinatura licantropico-eraclitea è scesa molto più nello specifico, trattando i capisaldi della questione (dal punto di vista storico, per ora…). Ma alcuni “pettegolezzi” su Galileo, su Brecht e sulla varicella della luna mi son giunti (quasi) nuovi. Tante briciole di pane da raccogliere setacciando tra la ghiaia e la polvere (come i piccioni).
In effetti, se ci si aspettava una Sacher Torte (o Fede! –e due- rimembri ancor quella gaudente koinonia di teutonici grassi idrogenati?) con tripla panna montata, la delusione era inevitabile.

In any case, dal canto mio, non son poi così dispiaciuta. Sono esperienze, mi piace collezionarne di belle e di noiose, di grigie, di lilla e di iridescenti; ho gettato una sbirciata ad un “tipo” di persone che non sono solita frequentare, non conosco e sento mancarmi come background. Interessante, estremamente, e anche utile.

Bene… ed ora noi, prodi filosofi! Son d’accordo nel riportare alla ribalta il tema “Chi regola la scienza? Come?”.
Visto che la discussione era già avviata, propongo di continuarla laddove è nata… l’ultimo post era mio, gnegne tongue, e nessuno ha più risposto… io non ho ancora changed my mind, dunque… big_smilebig_smilebig_smile

A domani!!!

__ Ri’ Irenea Filalete __


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#22 06-12-2007 23:49

paulusbovius
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da: Magenta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

hello philosophers. la giornata è stata longa atque strexans, sed m'è venuto lo sghiribizzo di passar da queste parti, e vedendo calma piatta...purtroppo non mi sono inserito prima nella discussione - meno male, se no chi sa che casino - e giunto a metà della lettura di quanto finora prodotto, mi sono arreso...

perciò, per evitare di ripetere cose già  dette, cambio completamente prospettiva, e ribalto la situazione in modo volutamente provocatorio: ma ha senso parlare di/cercare/spiegare/etc Dio in modo filosofico? mi rendo conto che forse per voialtri aficionados del blog questa domanda può apparire bestemmia, tanto più che per ora le vostre conoscenze in materia arrivano fino a quegli ascetoni della stoà...ma proviamo a fare uno sforzo. guardando alla storia della filosofia, al percorso razionale umano, possiamo forse trovare uno, anche uno solo, fra chi si è cimentato nell'ambito inventato da talete&soci, che abbia detto qualcosa di veramente utile riguardo al divino? la domanda è abbastanza retorica...ma voglio lo stesso vedere cosa ne tiriamo fuori.

faccio qualche ulteriore precisazione. non mi piace nemmeno la posizione di kant in toto (il professore, come lo chiama woland in "master y margarita" sostiene l'impossibilità della metafisica, perchè va oltre il limite delle possibilità umane, ma ne recupera l'utilità in quanto orizzonte irraggiungibile verso cui bisogna tendere...giusto prof? tipo lo Streben romantico)...secondo me nemmeno questo è il punto.

ovviamente non vi dico quale secondo me sia il punto. prima vi lascio dire delle cose per un po' ( rita, rassegnamoci, il porcello finisce sempre per dire delle cose)...

oltretutto domani sarò eremita perchè immerso nello studio profondo dell'immanuel, sabato e domenica sarò eremita veroeproprio in montagna...perciò arrivederci a lunedì-forse

questa volta ve l'ho fatta grossa!!

Paolo


tò sophòn d'ou sophìa

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#23 16-12-2007 21:49

r1ta
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

O stressato eremita de' miei stivali, ben lo so, i porcelli grugniscono pur non essendo salsicce in potenza (a meno che qualcuno voglia far dell'ottimo prosciutto di Teo... tongue)
Ok. Lasciando da parte le idio-zie (zie proprie) della demenza prenatalizia, periodo alquanto pesantuccio [eufemismo] -E NON VENITEMI A RACCONTARE CHE IL QUADRIMESTRE BREVE FUNZIONA-, ecco, dicevo, ignorando tutto ciò, parliamo di cose serie

Dicevi

guardando alla storia della filosofia, al percorso razionale umano, possiamo forse trovare uno, anche uno solo, fra chi si è cimentato nell'ambito inventato da talete&soci, che abbia detto qualcosa di veramente utile riguardo al divino?

A me vien da pensare: perchè, filosofi o non, c'è qualcuno che ne abbia mai cavato un ragno dal buco?!
Parole, come sempre, tante e ben dette, che a pronunciarle fossero santi, pensatori o semplicemente uomini.

Che poi, scusa ma quando studio storia son sempre sull'orlo di uno scatto di nervi in stile nobildonna settecentesca ecc, cosa cavolo mi dovrebbe significare UTILE??? Niente è UTILE, da questo punto di vista; leggiadre capriole di sinapsi in sinapsi alè alè, pensare e poi dire senza mai la CERTEZZA che quel che si pensa e si dice sia vero, fondato, plausibile. Talete con i raccolti di olive s'è arricchito, no? è questo utile? non diceva, beh, necessario anche tutto ciò, ma... UTILE?!

Terzo. Chi è filosofo? Chi filosofa. Cos'è la filosofia? Quel che filosofano i filosofi. Ottimo!
Il Sommo ci aveva audacemente somministrato la domanduzza, ne eran venute fuori idee interessanti. Dialogo, astrazione, riflessione, carattere aporetico et similia.
Ora, io non so cosa hai in mente, a che mulino vuoi tirar l’acqua; ma quelli che, alla fin fine, han speso più fiato sulla questione Dio, sono tutti quanti considerabili filosofi, tutti, dal primo all’ultimo. Per come la vedo io, il fatto stesso di pensare in modo critico ad una entità del genere significa far filosofia, in una certa qual misura. Ergo son tutti filosofi quelli che han trattato il problema. E va bene, messa così allora si può dire che nessun filosofo sia mai giunto a conclusione.
Ma è possibile farlo?
Ho il sospetto di no.
Che poi, a ben vedere, ognuno nel suo piccolo giunge ad una personale conclusione, presto a tardi. The Wolf diceva che ricerca alla lunga è smarrimento; stravero.
Il fatto è che non c’è una soluzione universalmente vera ed accettabile, diciamo oggettiva. Quindi in fondo alla frase ci starà sempre un bel punto interrogativo, oppure i tre puntini di sospensione.
Sta all’interesse del singolo cancellare e sostituire con un punto fermo; immagino che poi, la frase di ognuno –quella che si riesce, col tempo, a far terminare con il suddetto punto fermo- contenga le più disparate parole, da persona a persona.

Ok, lo ammetto, ho appena letto il racconto “Frate Zitto”, da “La grammatica di Dio”, ovviamente di Benni.
Se ne avete l’occasione…

Torno da Parmentier, l’acido nicotinico, la vitamina PP ed il triptofano (cavoli prof, però la Lega dello scarpone e la Xeropsilla Cheopis [?] eran più simpatici…). Della serie: “Cosa ti ricordi di cinque anni di studio della storia?” “Ahem… invero ben rammento il rattus rattus, panteganazza nera e dalla lunga coda…” “E di tre anni di Divina Commedia?” “Io, io son preparata! C’è il vispistrello, notturno mammifero alquanto vivace ed arzillo!!!”

‘notte inimitabili filosofi indaffarati!!!

Rrittarritta rri’ rri’ (consonanti raddoppiate perché in sedicesimi)  big_smilebig_smilebig_smile


Poi le terre posavano
su fondali d'acquario,
e ansia di noia e vita d'altri moti
cadeva in assorti firmamenti.

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#24 17-12-2007 13:37

prof-comini
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Riprendo uno spunto trascorso di Federica. Intendendo la Filosofia non solo come tradizione culturale, ma soprattutto come modalità umana di interrogare l'esperienza (la vita, come diceva Bontadini), il confronto col divino è inevitabile.

Epicuro diceva che quella di Dio è una "nozione comune". Esiste l'esperienza religiosa come fatto collettivo, con le sue tradizioni e le produzioni culturali ad esse collegate. La riflessione filosofica ha incorporato questa (rilevante) dimensione dell'esser-nel-mondo tra i propri territori di idagine. E' stato utile? Lo è stato come può esserlo la riflessione, il confronto, il tentativo di introdurre 'rigore' razionale in un complesso di significati: le cose acquistano spessore e complessità.

La complessità può risultare disarmante rispetto alla tensione verso soluzioni definitive (pretesa eccessiva, come insegna Kant). Ma è anche la ragione per cui la domanda, la perplessità, la 'pulce nell'orecchio', il tafano molesto, il morso della vipera (tutte immagini della 'meraviglia' filosofica) non ci abbandona in relazione a questo campo. Noi ne siamo per-secuti (frequentativo). In questo senso i credenti, diceva una volta Massimo Cacciari, sono sempre 'perseguitati', al di là delle particolari contingenze storiche. Come si vede bene con Agostino, la ragione e la tendenza ad investigare con essa è un vizio incurabile quando si è uomini. E' 'utile' essere uomini? (domanda audace tongue )

A presto!

Lupocomix

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#25 20-12-2007 21:25

federica 90
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Re: Teatro Piccolo-Giovedì 25 ottobre 2007.Vita di Galileo

Dato che si è ripreso un mio 'spunto trascorso' (che sincerante non ricordo roll), mi sento in dovere di intervenire. Mi dovrei sentire in dovere anche di studiare…hmm Quindi vediamo di mediare fra l’anima concupiscibile e la razionale e postare qualcosa di molto breve.

Come si vede bene con Agostino, la ragione e la tendenza ad investigare con essa è un vizio incurabile quando si è uomini.

Mi è piaciuta molto questa frase. Mi sembra estremamente ‘umana’. Sarà perché sono fresca di interrogazione-chiaccherata con la Locatelli, ma mi è venuto subito in mente l’Edipo re di Sofocle. Lì si vede benissimo il 'vizio', per mantenere il termine, proprio dell’uomo portato all’eccesso, tanto da annientare lo stesso eroe. Edipo vuole capire basandosi solo sulla propria intelligenza. E forse è proprio questo il punto: è vero che l’uomo tende ad ‘investigare con la ragione’, ma prima o poi si deve accorgere che da sola non basta.

Ora vado a studiare. Ma non dubitate, nei prossimi giorni completerò il discorso! (Credevate di esservela cavate con poche righe, eh?...tongue)

Fede wink

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